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I bitcoin piacciono alla mafia

Anche la mafia si è modernizzata e si è avventurata nel mondo dei bitcoin. Le potenzialità di questa nuova moneta virtuale sono risultate interessanti dagli emissari di cosche intraprendenti ed eclettiche. Talmente interessanti che si stanno misurando con questa nuova criptomoneta. E’ esplosa a fine anno con delle valutazioni molto elevate ora si è abbassata ma di certo sempre molto elevata rispetto a tre anni fa.

L’investimento può risultare rischioso ma sicuramente sarà molto vantaggioso per poter ripulire il denaro dall’inquinamento dei crimini. Questa nuova tendenza ha mandato in tilt tutte le certezze delle banche centrali e dei governi. Alcuni governi come in Sud Corea hanno pensato di vietarne l’uso. Le cosche sono rimaste conquistate in quanto con i bitcoin si rimane nell’anonimato e nessuna banca oggi lo può garantire.

Alcuni affiliati dei clan hanno già effettuato dei riciclaggi in bitcoin ma non sono i soli. Estorsioni informatiche vengono effettuate in questo suk senza legge. Viene chiesto il “pizzo” in bitcoin ed in cambio si ottiene la liberazione di dati rubati. Oggi dei virus istallati nei pc tengono sequestrati e criptati dati sensibili ed indispensabili per molte aziende.

Il mondo oscuro della criptovaluta è frequentato da criminali di ogni genere. Pedofili, truffatori ed anche mafiosi. Sono già due anni che vengono utilizzati i bitcoin per ripulire il denaro sporco proveniente da droga, truffe, usura ed estorsioni.

Nell’anno 2015 un bitcoin costava tra i 300 ed i 500 euro. A dicembre del 2017 siamo arrivati a 19 mila euro a bitcoin, oggi siamo intorno ai 10 mila euro. Se le persone avessero investito il loro denaro nel 2015 oggi avrebbero in mano parecchi soldi. Persone legate a camorra e ‘ndrngheta lo hanno fatto e su queste persone si sono concentrate le ricerche. I detective dell’antiriciclaggio della Banca D’Italia hanno messo sotto controllo numerose operazioni che riguardano delle transazioni monetarie inviate a società estere che risultano attive nella compravendita dei bitcoin.

Questo scambio tra l’euro ed i bitcoin può essere effettuato anche in contanti evitando così qualsiasi tracciabilità. Ci sono dei professionisti, i broker, che in città come Roma e Milano che hanno spiegato in una intervista come poter mantenere l’anonimato.

Alcuni di questi intermediari lavorano solo con contanti e prendono una commissione del 5 per cento sull’importo da cambiare in bitcoin. Vengono bypassate le banche, non si parla di bonifici bancari né di carte prepagate. Parlando solo di valigette di contanti è il sistema migliore per i criminali veri.

Gli investigatori dell’Uif hanno in mano delle operazioni sospette in cui ci sono i nomi più importanti del crimine organizzato. Si parla di uomini e donne del Clan di Napoli e di Caserta. Queste zone sono sotto il dominio del clan dei Casalesi. Alcuni di loro rivestono anche un doppio ruolo: uomo di camorra e truffatore sui negozi di e-commerce.

Le conversioni in bitcoin avvengono attraverso scambi che sono autorizzati da società estere di trading. La camorra non è la sola che si muove in questo mondo virtuale, si parla anche di ‘ndrangheta. Imprenditori e narcotrafficanti sembrano coinvolti ma ci sono ancora dei riscontri in corso.

La mafia calabrese rappresentata dalle cosche della piana di Gioia Tauro porta nomi che si muovono in questo mondo. Le famiglie gestiscono società per il gioco d’azzardo e hanno molti compromessi con le istituzioni. Delle cooperative calabresi sconosciute ci sono in questo gruppo di investitori e si occupano di corsi di formazione incassando soldi dalla Regione. In un mese una cooperativa ha trassferito circa 200 mila euro da finanziamenti pubblici a società estere. Nello specifico queste società si occupano di valuta virtuale questo quanto evidenziato dai tecnici che stanno effettuando i controlli per Bankitalia.

Nessun nome si riesce ad ottenere perché le piste non portano a nessun indirizzo ci si muove in un mondo dove c’è solo un sistema virtuale. Il direttore della polizia postale Francesco Taverna spiega in una intervista: “Esistono dei metodi che permettono di raggruppare tutti gli indirizzi che afferiscono allo stesso wallet. Alcuni di questi sono riconoscibili perché hanno un’etichetta. Una volta ottenuto il codice si interroga la società per risalire a dati personali e poterlo ricondurre alla persona”. Non sempre la persona che viene individuata è il proprietario del patrimonio virtuale anzi sono quasi sempre dei prestanome.

Su Blockchain ci sono milioni di scambi e per poterli analizzare tutti serve uno sforzo investigativo enorme. Non si riescono a trovare in questo mondo movimenti di grosse cifre. Chi le ha le parcellizza utilizzando dei complici che provvedono a versare piccole somme in cambio di bitcoin.

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